Caro Monte Bianco, grazie!
Grazie di aver accolto me e Iacopo sulla tua vetta 4810 metri più alta del mare e grazie di averci anche fatto tornare a casa sani, salvi e enormemente FELICI.

Il mio post potrebbe finire qui in effetti: azione (abbiamo deciso di andare sul Monte Bianco), reazione (siamo tornati felici e contenti).

Però… però… quando sali il Monte Bianco non c’è solo azione e reazione. Ci sono un miliardo di pensieri che si fanno spazio nella mente e che affiorano talvolta per un motivo valido, talvolta casualmente. E ci sono momenti, immagini, che non andranno mai più via dalla testa. Un tatuaggio mentale.

Salire il ghiacciaio del Dome di notte, tra la neve bagnata dall’incredibile caldo che anche a mezzanotte non accenna a diminuire, ascoltando i rumori grevi degli schianti dei seracchi, osservando i crepacci profondi come case ed i ponti di neve e ghiaccio alti poche decine di centimetri è un’emozione indescrivibile: ti rendi conto che sei su una polveriera e che devi muoverti con grande attenzione, misurando ogni passo, contandolo, praticamente dandogli un nome.

Arrivare in cima al ghiacciaio abbracciandosi e scoprire, che rispetto all’anno scorso qualche evento atmosferico aveva riempito di neve quello che in precedenza era un muro verticale di pietre è stata una grande gioia: usciti praticamente senza fatica da quello che per noi era il primo grande ostacolo che ci separava dalla vetta.

Ritrovarsi sulla cresta affilatissima a mangiare barrette e bere the, osservando le luci di Chamonix, che si stava preparando per la UTMB (Ultra Trail Mont Blanc) è stato fantastico. Quanta umanità 4000 metri più in basso; quanta fantastica solitudine lì sopra, a rimirar le stelle.

Camminare un’ora tra creste di neve, panettoni di ghiaccio e stelle, non parlando nemmeno tra noi, consapevoli che il risparmio energetico è alla base di ogni successo.

Arrivare alla capanna Vallot, la nostra Caporetto dell’anno scorso, e condividere che quello che stavamo vedendo era talmente fantastico da lasciare senza fiato: la vetta del Bianco leggermente illuminata dall’alba e dalla piccola luna; la costellazione di Orione che si affaccia su di essa e le luci degli scalatori un poco più pigri (quelli che partono dal rifugio Gouter) che stavano affrontando l’affilata cresta… non occorre immaginarlo, basta guardare la foto. E’ un brivido. Una immagine che non potremo mai dimenticare.

Sentirsi bene, talmente bene che dopo la breve pausa decidiamo di partire e superare diverse cordate più lente… arrivare al primo colle e capire di persona che la fatica legata alla quota non è lineare: fino a 4400 metri tutto bene, forti come tori, assolutamente in forma; a 4600 metri sentire il corpo che si ribella, talvolta con mal di testa, talvolta con vomito, quasi sempre con spossatezza…. ma cavolo… mancano 200 metri di dislivello: a Pisa li facciamo in 20 minuti, cavolo! Una bella scoperta.

Nonostante la fatica, arrivare in cima al Monte Bianco appena è sorto il sole (intorno alle 7 di mattina) è stato meraviglioso ed emozionante: il panorama più bello del mondo. Tutto è più basso. A Courmayeur è brutto tempo… un mare di nuvole di impedisce di vedere la città, ma poco oltre si vede tutto, tutto. Un abbraccio forte con Iacopo e giù a fare foto a raffica. Ad un certo punto girandomi verso la cresta appena percorsa noto un cono d’ombra che punta verso l’orizzonte. E’ l’ombra del Monte Bianco!!! Un triangolo scuro che regala ancora qualche minuto di notte a chi ci sta sotto. Che spettacolo!!

Arrivati, dunque. Sì, ARRIVATI a 4810 metri di altezza!

In quel momento un pensiero va qualche migliaio di metri più sotto: Jessica Perna, mia compagna di viaggio in Valle d’Aosta, sta per iniziare una gara al Gran Paradiso, mio primo 4000! Corri Jessica, in bocca al lupo!

I pensieri verso gli amici più fraterni iniziano a moltiplicarsi. Silvia e Gianluca, Federico, Francesco, Andrea, Giovanni, Alessandra e Fabio, Cristina, Marco, i miei fratelli e i miei genitori: vorrei che foste tutti qui con noi ora. In questo preciso posto, stranamente sicuro. Tanti di voi, meno avventurosi, non avrei voluto che avessero affrontato la strada per arrivarci, ma da qui, dalla vetta del monte più alto d’Europa (circa) non c’è di che preoccuparsi: è un grande panettone!

Passati i 20 minuti classici in vetta, fotografando, emozionandosi, mangiando e congratulandosi con gli altri alpinisti decidiamo di rimetterci in moto. Siamo a metà dell’opera. E l’altra metà sarà quasi sicuramente più dura: inizia la lunga discesa verso il rifugio Cosmique, o meglio, verso l’Aguille du Midi, dove ci attende una funivia che ci riporterà in Italia.

Alcune tra le emozioni più forti, complice il caldo e la luce, le abbiamo provate durante quel tragitto: passare tra i crepacci dove si sentiva scorrere l’acqua, scendere un muro di cinquanta metri aggrappati ad una corda, decidere dove fermarsi in funzione dell’ambiente circostante e non della fatica. La testa sempre attaccata al collo: ogni passo sempre calcolato.

Il paesaggio che si apre davanti agli occhi è di una bellezza indescrivibile… distese di ghiaccio, rocce, montagne ovunque. Pochissime persone, ma dislocate nei posti più assurdi, talvolta in cordata, talvolta soli. Alcuni con gli sci, altri addirittura stavano scalando una colata di ghiaccio verticale. Alcuni veramente “inadatti” al posto dove si trovavano (forse danarosi clienti?).

La fatica che si somma passo dopo passo ci fa procedere con lentezza, ma questa lentezza, in un certo senso ci fa apprezzare di più l’ambiente tutto intorno.

Arrivati sull’ultimo monte da superare, il Tacul, si apre la vista verso il nostro punto di arrivo. Una gigantesca discesa ed una non meno ripida salitina ci separa dalla nostra destinazione: L’Aguille Du Midi. Lì abbiamo trovato un Francese che, a quattromila metri di altezza ci ha fatto le condoglianze, a noi italiani, per il terremoto. Che bel pensiero amico mio.

Arriviamo intorno alle 14. Stanchi morti. Felici, tanto felici. L’ultimo grande abbraccio lo facciamo appena togliamo i ramponi, fedeli amici per 14 ore. Prendiamo la funivia verso l’Italia, scendiamo a Courmayeur, tramite la skyway… dove dopo una buona birra arriva Jessica e tutti insieme andiamo a casa da Francesco, in val Ferret: perfetta conclusione per una giornata che non dimenticheremo mai.

4810

Concludo questo breve-credetemi-breve riassunto con una citazione a me cara: nessun uomo è un’isola.

Grazie a tutti voi, amici miei, che avete condiviso con me questa esperienza. So che vi ho fatto una “capa tanta” da tanti mesi.