Sessanta chilometri. Quattromila metri di dislivello positivo. Una giornata.
L’Extreme non è la versione lunga degli altri circuiti: è una traversata, e questo cambia tutto. Si parte da una valle e si arriva in un’altra, il che significa organizzare il rientro prima ancora di allacciare gli scarponi. Si cammina per ore al buio, all’inizio e con ogni probabilità anche alla fine. Si attraversa l’intera catena mentre il paesaggio cambia sotto i piedi, dai boschi della Garfagnana alle creste che guardano il mare.
Perché è un’altra categoria
Sugli altri tre circuiti il fattore critico è la difficoltà del terreno. Qui è il tempo, in tutti i sensi in cui la parola può essere intesa.
Il tempo che passa: venti ore di attività, forse di più, con il buio all’inizio e alla fine e la necessità di mantenere un ritmo sostenibile per tutta la durata.
Il tempo meteorologico: una finestra di venti ore su una catena intera è una scommessa diversa dal prevedere una mattinata su un singolo gruppo. Qui il meteo va letto su più fonti e va accettata l’idea che possa cambiare a metà percorso.
E il tempo biologico: dopo la dodicesima ora la stanchezza toglie lucidità proprio quando serve di più. Le decisioni sbagliate, su un percorso di questa durata, arrivano quasi sempre nella seconda metà.
La logistica, che qui è metà del problema
Partenza e arrivo sono in due valli diverse. Prima di partire devi avere risolto: come torni all’auto, chi ti viene a prendere e a che ora, cosa succede se arrivi con quattro ore di ritardo o se decidi di uscire a metà percorso da un punto diverso da quello previsto.
Serve un referente a valle: una persona che sappia il tuo percorso, gli orari previsti, i punti di uscita possibili, e che sappia cosa fare se non ti fai sentire. Non è burocrazia — è la differenza fra un ritardo e una ricerca.
Serve anche una lista dei punti di uscita, studiata e memorizzata. Su ogni sella, ogni valico, ogni foce lungo il percorso deve essere chiaro dove si scende e quanto ci vuole. Ci sono ottime probabilità che tu debba usarla.
Come ci si prepara
Non esiste un modo per improvvisarla. Chi porta a casa l’Extreme, quasi sempre, ha alle spalle:
Mesi di preparazione specifica, con uscite lunghe che si avvicinano progressivamente alla durata reale. Camminare dodici ore è una cosa; camminare venti è un’altra, e non si scopre il giorno stesso.
Il percorso già conosciuto a tratti. Aver percorso i singoli settori in giornate separate significa sapere dove si perde tempo, dove si può spingere, dov’è l’acqua.
Un piano di alimentazione provato. Su venti ore non si improvvisa cosa mangiare e ogni quanto. Quello che funziona in una gita di sei ore può non funzionare affatto alla quattordicesima.
Gli altri tre circuiti nelle gambe. Non è un requisito formale, è semplicemente il percorso che quasi tutti fanno — e ha senso.
Un pensiero sulla rinuncia
Su questo percorso rinunciare non è l’eccezione: è una possibilità concreta e prevista, da mettere in conto fin dalla partenza.
Chi si ferma a un valico e scende a valle dopo dodici ore di cammino non ha fallito. Ha portato a casa una giornata enorme e ha preso la decisione giusta. L’Extreme sarà ancora lì l’anno prossimo, e ci sarai anche tu.
Il momento giusto per fermarsi arriva sempre prima di quando la testa vorrebbe ammetterlo. Su un percorso di venti ore, questa frase non è retorica: è la cosa più utile scritta in tutta questa pagina.
Se stai leggendo chiedendoti se fa per te
La risposta è probabilmente non ancora, e non è una bocciatura.
Comincia dal South, passa al Center, misurati con il North. Poi torna qui e rileggi questa pagina: la troverai diversa, perché sarai diverso tu. L’Extreme aspetta — non va da nessuna parte.
Nota sui punti di controllo
Le vette da toccare lungo la traversata vengono definite dall’organizzazione: se stai preparando l’Extreme, scrivici prima di programmare la giornata, così ti confermiamo i punti di passaggio e ragioniamo insieme sulla logistica.
