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I circuiti

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Le montagne non ricrescono.

Le Apuane si stanno consumando. Lo diciamo con calma, e senza paura.

Un bosco tagliato ricresce. Un sentiero franato si rifà. Una vetta asportata, no.

Apuan Peaks esiste per far conoscere le Alpi Apuane. Non possiamo farlo tacendo su come stanno.

Queste montagne si stanno consumando. Non per metafora: fisicamente, per volumi, ogni anno. E una montagna asportata non torna indietro: non c’è rimboschimento, non c’è stagione buona, non c’è ripristino possibile.

Lo diciamo serenamente, perché è semplicemente vero. Ed è la cosa più importante da capire prima di ogni discussione.

Cosa sta succedendo

Il marmo si cava in Apuane da duemila anni, ed è parte della storia di questa terra. Ma per duemila anni si sono staccati blocchi. Da qualche decennio si spostano montagne.

La scala è cambiata

Dove servivano mesi di lavoro di decine di uomini, oggi bastano poche macchine e pochi giorni. La tecnologia ha moltiplicato la capacità di asportazione come nessuna epoca precedente. Il risultato si vede a occhio nudo: crinali abbassati, versanti aperti, profili di vette che chi le frequenta da trent’anni non riconosce più.

Gran parte di quel materiale non diventa arte

Nell’immaginario il marmo apuano è il David, sono le colonne e i pavimenti. Nella realtà di oggi una quota molto rilevante di quanto si estrae non esce in blocchi: viene macinato e trasformato in carbonato di calcio, una polvere industriale che finisce in dentifrici, carta, plastiche, vernici, mangimi.

È legittimo produrre carbonato di calcio. È molto meno legittimo produrlo demolendo una catena montuosa unica al mondo, quando lo stesso materiale si ottiene da giacimenti che non hanno nulla di irripetibile.

L’acqua

Le Apuane sono roccia carsica: l’acqua non scorre in superficie, sprofonda e viaggia sottoterra per chilometri prima di riemergere alle sorgenti. È un sistema delicatissimo, che alimenta gli acquiferi di un’area vastissima.

Il taglio del marmo produce marmettola, una polvere finissima che l’acqua trascina in profondità, dove intasa, deposita e intorbida le sorgenti. È un fenomeno documentato e visibile, e riguarda l’acqua che beve la gente che vive qui.

Il paradosso

Le Alpi Apuane sono un Parco Regionale e un Geoparco riconosciuto dall’UNESCO, per il loro valore geologico, carsico e naturalistico. Nello stesso perimetro, l’escavazione continua. È una contraddizione che nessuno ha mai spiegato in modo convincente.

Non è una battaglia contro chi lavora

Chi lavora in cava fa un mestiere duro, spesso pericoloso, che si tramanda da generazioni. Non è il nemico di nessuno, e nessuno che ami queste montagne può augurarsi che una famiglia resti senza reddito. Le vie di lizza su cui camminiamo le hanno aperte loro.

Ma il lavoro e il modello estrattivo sono due cose diverse: l’occupazione in cava è diminuita mentre i volumi estratti crescevano. Difendere il modello attuale in nome dei posti di lavoro significa difendere qualcosa che i posti di lavoro li ha già ridotti.

La domanda onesta non è «cave sì o cave no». È: quale futuro diamo a questo territorio, e a chi ci vive, quando la montagna sarà finita?

Le soluzioni esistono

Dire no non basta. Ecco cosa proponiamo.

Strade concrete, discusse da anni da studiosi, amministratori e associazioni. Non hanno nulla di utopico.

  • 01

    Fermare l’espansione

    Nessuna nuova cava e nessun ampliamento nelle aree protette e sui crinali, a partire dalle quote alte. Una cava non aperta si può aprire domani; una vetta asportata non torna.

  • 02

    Estrarre solo ciò che vale

    Vincolare l’attività al marmo ornamentale, quello che giustifica il prezzo che questa terra paga. Il carbonato industriale si ricava altrove.

  • 03

    Il prezzo vero della risorsa

    Per decenni i canoni sono stati irrisori rispetto al valore estratto. Una risorsa pubblica e irripetibile deve valere quello che vale, e quel valore deve tornare al territorio.

  • 04

    Bonificare e riusare

    Ravaneti instabili, piazzali abbandonati, strade di arroccamento: i siti dismessi da rimettere a posto sono tanti. È lavoro vero e qualificato, per le stesse maestranze.

  • 05

    L’economia di quello che resta

    Escursionismo, speleologia, cultura del marmo e del lavoro, ricerca, agricoltura di montagna. Attività che vivono di un paesaggio intatto e non consumano il capitale su cui poggiano.

  • E noi?

    Portiamo la gente a vedere

    Non siamo un’associazione e non chiediamo firme. Mandiamo gente in montagna: chi ha camminato un giorno intero sulle Apuane non ha bisogno che gli si spieghi perché vanno difese.

Non siamo contro il marmo. Siamo contro l’idea che una montagna sia solo un giacimento.

Fra il mare e l’Appennino, con un carsismo profondo e specie che crescono solo qui, non esiste un’altra catena come questa.